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| James Rosenquist, Hole in the Center of the Clock, 2007 |
Fragments from a Woman's Life, Part 2 is the continuation of an original short story by Bora Mici written in Italian language. It follows the model of The Man Who Wore the News, which was published in July 2025, and uses unknown vocabulary words gleaned from various sources, including didactical texts, podcasts in Italian and Italian-language literature from authors such as Jhumpa Lahiri and Italo Calvino. Just like for The Man Who Wore the News, this story centering on a woman's daily life and memories, is woven around a list of vocabulary words that were either new to me or that I wanted to record for the sake of better remembering them, and I followed the list in order as I had created it spontaneously, without any particular attention to themes or an underlying logic. In that sense this story is dependent on that invisible order, which gives it an unexpected dynamic and forces me to creatively integrate words I might not have otherwise chosen into the fabric of the narrative. As always if you are a native Italian speaker reading this, you may pick up a mistake here and there because I have not had it edited, and I am still learning Italian in depth. However, you might be pleasantly surprised by the complexity of the story.
Fragments from a Woman's Life, Part 2: A Short Story by Bora Mici
Decise che avrebbe dovuto consacrare tempo ad una stesura schietta di ciò che l'attanagliava come un ago puntato sotto la sua gonna di lana ormai sgualcita dal starsene seduta così a lungo. Sentì un lieve ribrezzo all’idea di quelle scrittrici e personalità pubbliche che si vestono sempre con indumenti scuri. Si immaginò portando un golfino blu marino con un piccolo buco invisibile sotto l’ascella che pian piano si allargava e digrignò i denti perché tutt'a un tratto una fame roditrice la fece traballare nelle sue convinzioni.
Probabilmente se non fosse seduta in macchina si sarebbe sprofondata sul pavimento dalla vertigine che l’aveva colta d'improvviso. Le venne voglia di uno spicchio di cocomero gocciolante ma poi si ricordò che era inverno e le angurie erano fuori stagione. Si vide trafiggerlo con uno spiedo e gustarlo con delizia e con uno slancio tempestivo si mise di nuovo a rovistare nella sua memoria per azzeccare l’origine di quello sgomento che le aveva cagionato la vista dell’uomo sprovveduto sulla panca con lo scaffale di ottone. Stava per varcare la vetta della colle che separava la città dalla periferia quando avvertì che doveva fare un immane sforzo per districarsi da quel groviglio di pulsioni avventati che la colpivano senza sosta mentre cercava di ripararsi nella trincea angusta della carrozzeria protettrice della macchina.
Il mondo fuori era tutto allagato da stimoli uguali in intensità senza però fornire la pianta che le avrebbe potuto schiarirne l’ordine e la via d’uscita. La spiazzante e stucchevole titubanza della sua anima in allarme non le permetteva di avvolgersi di quella coperta di sicurezza che l'avrebbe portata, come uno spettro muto scivolando, al di sopra del fiume straripante attraverso la foschia fitta del suo cruccio, facendola scendere dall’altra parte, dove un venticello primaverile le avrebbe schiarito la via di scampo.
Ormai attendeva il bivio tanto auspicato, ma come avrebbe fatto per essere sicura che ci fosse arrivata davvero? Non voleva più imbattersi nella faccia dello scoglio frastagliato di un’altra delusione insulsa. Perciò, anche se era commossa e soggiogata dal indugiare continuo e dalla lotta interna con i contorni smussati della sua memoria, avverti un varco aperto alla realtà circostante, e per avere la chiarezza che le serviva, fece un sorriso scialbo e cercò di inerpicarsi più in alto. La macchina fece un balzo imbranato e si mise a scendere il pendio sbuffando come un bambino schizzinoso che si lamenta di dover camminare da solo fino a casa e piange e pesta con i piedi per essere portato.
È poi arrivò la tregua. Ma non quella auspicata, che sarebbe stato frutto di una vittoria potenzialmente prepotente. Arrivò la tregua come un lutto, e la nostra scrittrice rimase vincolata alla sua sorte penzolante per aver trascurato di fare il pieno prima di inoltrarsi ... Ma dove stava andando davvero si chiese? La macchina si era fermata e non poteva più andare avanti dunque decise di scendere sul ciglio, aprire il cofano e portare fuori una sedia a sdraio, pieghevole e malconcia, con il tessuto un po’ sbrindellato, con le righe di un giallo spiccato. Si sedè sopra per attendere un viaggiatore che lo avrebbe soccorsa.
Cercò di rincuorarsi mentre si rilassava sul bordo della strada sotto le ombre blu dei pini tuttora verdeggianti. Questo paesaggio invernale e la sua sedia a sdraio stonavano. Guardò verso il cielo grigio alle cime degli alberi di un verde veronese molto scuro e le parve che si torcessero in una voragine che agitava perfino l’aria e le nuvole. Si ricordò della foga con cui da bambina aveva scavalcato il recinto della casa in campagna dei nonni per salire su una quercia imponente e massiccia e poi tamburellare il petto come Tarzan, mentre cercava di non perdere l’equilibrio su un bivio nel tronco, spesso e ben radicato alla terra.
Aveva dovuto incassare il severo cipiglio degli anziani che le erano corsi dietro per farla scendere giù, rimproverandola di averli spaventati in tal modo irresponsabile. Lei tirava la lingua ispirandosi alle avventure degli eroi dei suoi libri di giovinezza, quando ha cominciato a piovere ed il tronco dell’albero era diventato scivoloso e forbito. La nonna le diede uno spunto come fanno i registi con gli attori che non ricordano più le loro battute, e lei si arrampicò alla rovescia gridando le parole, "Arrembaggio!" Poi diede un bacio garbato a ciascuno dei nonni e corse via verso il granaio mentre un fulmine abbagliante accese il cielo e la pioggia scrosciante faceva strappare i volantini dai muri dove erano incollati. Si soffermò un attimo davanti alla porta socchiusa per identificare quell’idioma strambo che non le risultava decifrabile, e siccome non ci riuscì, si è affrettata a chiudere i battenti di legno di tutte le finestre del granaio prima di rifugiarsi dentro. Accese la luce nel fienile, e vide compiaciuta che tutti i suoi libri erano rimasti scompigliati sulla paglia asciutta, e che la nonna non era intervenuta per metterli in ordine come soleva. Prese in mano il suo bastone degno di una spada da pirata e si mise a giostrare con un pilone quadrato, scalfendo gli angoli con colpi taglienti inflitti di scatto. Poi si mise a correre goffamente nel verso opposto facendo brutte smorfie da spaventare persino i passeri.
Adesso questo rovello ritornava ad incalzarla. Chi era il uomo con la tromba? Ma no ... era uno scaffale no? Di ottone? Che cosa non avrebbe dato per rinfrancarsi un po’, magari con una limonata, così come era seduta sul margine di una strada di campagna poco frequentata quel giorno. Le pareva di essere rimasta lì da giorni interi ma ora pensava che questo paesaggio era proprio ammaliante con le sue streghe nascoste nei boschi dietro gli allori, lontane dal trambusto della vita quotidiana. Aveva il viso stremato, scialbo, ma non se ne accorgeva mentre sviscerava la sua memoria per capire chi fosse lo sconosciuto. Nel frattempo scaturivano altri ricordi e lei non si muoveva, bensì si lasciava sprofondare di più nella curva morbida della sedia a sdraio, rannicchiandosi come un bruco nel bozzolo, e il setaccio del tempo faceva il suo possente lavoro disordinato di smistamento a priori casuale. Tutt’a un tratto le parve che questo flusso le rendesse la vita più agevole. Chi poteva vantarsi di avere il tempo di bramare mentre sonnecchiava ad occhi aperti un'epoca andata, ficcata in mezzo agli alberi che sembrano forare il tetto del mondo con le loro cime da apribottiglie ondulanti.Ha deciso di alzarsi e di fare qualche passo verso il bosco. Da subito si è inciampata in una radice d’albero dall’aspetto strampalato, e siccome si accorse che lì dentro faceva buio e umido, tornò subito indietro, maledendo il suo gusto sciapo di avventura. Tra l’altro il bosco sembrava dirle di non accanirsi ad intrufolarsi in quei luoghi oscuri e selvatici che non ammettessero di braccare dentro. Affranta e spossata stramazzò sulla sedia a sdraio e con uno sguardo schivo contemplò una grande cornacchia di un nero vischioso e scintillante che le faceva l’occhiolino da un ramo in su. Provò a puntellare la sua timidità di argomenti saldi ma ormai sentiva il freddo e l’avventura aveva perso ogni traccia dell'ebbrezza iniziale che cullava i suoi ricordi come fanno le onde del mare. Adesso sentiva il freddo agghiacciante di una solitudine sprovveduta di ogni impeto. Doveva soltanto aspettare lì finché qualcuno si fermasse a soccorrerla. Non si chiese neppure quanto fosse lontana la città, ne casa sua, e se poteva raggiungerli a piedi. Doveva aspettare. Ecco fatto. Era questa la sua soluzione di fortuna e le parve abbastanza buona per l'istante.

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